sabato 1 luglio 2017

Fragole e rabarbaro//Tutti hanno bisogno di una spalla

Possibilmente acida.

Avete presente quell'amica a cui tutti danno della str*nza e lei in risposta alza un soppracciglio, si scosta una ciocca di capelli ostentando noncuranza e sorride compiaciuta, come a ringraziare per un complimento?

Quella che chiamate in lacrime quando il vostro lui si è comportato da vera m*rda e dall'altro capo vi dice:"Dì una sola parola e lo uccido io per te".

La adoriamo, non è vero?

Tutte abbiamo bisogno di un'amica così.
O ancora meglio, vorremmo essere noi quell'amica.

E in fondo, pensandoci bene, lo siamo un pochino le une per le altre, o almeno ci proviamo.
Cerchiamo di essere quella con le palle per l'amica ferita che ha bisogno di sentirsi protetta o lo sprone comprensivo ma deciso per quella che ha bisogno di una scrollata all'autostima per fare la cosa di cui ha tanta paura.


Perchè siamo state, siamo e saremo tutte come le dolci, tenere fragole.
Volenterose, mature, ma delicate e facilmente corruttibili.

E prima o poi abbiamo tutte bisogno di un alleato deciso e strutturato, un po' come il rabarbaro.
Acido, leggermente fibroso e croccante, con un sottile aroma agrumato.
Se consumato crudo (in particolare le foglie) decisamente tossico...
Perfetto per contrastare l'innocente cedevolezza delle fragole.

Questa scoperta rencentissima l'ho fatta senza l'intenzione di farci un post, all'inizio.
Nell'orto avevo questo povero rabarbaro strimizito (che ho da anni ma che non mi sono mai davvero preoccupata di coltivare nel modo corretto: mea culpa, rimedierò!), quattro fragole un po' tristanzuole che non avevo mangiato a colazione e mi sono detta...why not?

Nei mesi scorsi -e tutt'ora in realtà- sui social, sono stata sommersa da ricette dolci (e non) a base di questi due ingredienti. Tipicamente inglesi, ma ho scoperto che anche i giapponesi ne vanno matti...
-Cosa gli farà mai l'aspro ai giapponesi...?-
Ma detto ciò, veniamo al dunque, prima che vi venga voglia di chiamare la vostra amica "acida" per farmi dire due paroline dolci... 


Per un vasetto abbondante di composta:
  • 200gr di rabarbaro tagliato a tocchetti (l'ho visto un paio di volte anche al super, le coste già pulite, più rosse e grandi delle mie)
  • 200gr di fragole
  • 200gr di zucchero
  • 100ml di succo d'arancia
  • 1 cucchiaino di amido di mais 
  • 1/2 bacca di vaniglia (facoltativa)
Allora, questo è il mio primo tentativo, quindi potrebbe non essere stato l'approccio più brillante da parte mia, visto che il rabarbaro è rimasto più consistente di quanto mi aspettassi...
(Se mi viene un blocco renale passate a trovarmi in ospedale, che correggiamo la ricetta: il rabarbaro è ricco di acido ossalico, quindi se consumato spesso e in grandi quantità può dare problemi ai reni e innescare altre cosettine poco simpatiche. Ma anche se vi mangiate un kg di funghi tutti i giorni vi casca il fegato. Quindi tranquilli!).

Personalmente l'ho trovato gradevole anche così, e trovo faccia da contrappunto alle fragole, che invece in cottura si fondono quasi del tutto.


Ma di nuovo, veniamo a noi.

Tagliate il rabarbaro e le fragole e tocchetti più o meno delle stesse dimensioni (ripensandoci a posteriori taglierei il rabarbaro a tocchetti e lascerei le fragole intere, se piccine, o al massimo a metà) e mettete tutto a marinare con il succo d'arancia e la bacca di vaniglia, se usata.

Mettete lo zucchero in una padella dal fondo pesante (possibilmente non antiaderente: il caramello raggiunge temperature tali da rovinare anche padelle di una certa qualità, true story folks) con due cucchiai d'acqua.
Portate a caramellatura chiara (massimo color rame) e a questo punto buttateci le fragole e il rabarbaro, compreso il succo d'arancia.
Fate cuocere per una decina di minuti.

Nel frattempo sciogliete l'amido di mais in un cucchiaio d'acqua.
Quando il rabarbaro risulterà piuttosto tenero, versate l'amido sciolto nell'acqua nella padella e mescolate finchè lo sciroppo di cottura non si addensa.

Invasate e utilizzate su del gelato alla crema o fior di latte, su del pane tostato spalmato di ricotta fresca, come ripieno per una crostata, base per un crumble....
Avete capito no?
E magari invitate la vostra amica ad assaggiare, scommetto che apprezzerà.

venerdì 9 giugno 2017

Cosa mangia una foodblogger #2 // Mix and match



In senso orario: avocado con tabasco, salmone saltato in padella con rucola, insalata coreana di cetriolo, riso integrale bollito, tsukemono di daikon e carota.

Ve lo avevo promesso, ed eccolo qui.
Un altro post della seria "cosa mangia una foodblogger" che poi sarei io, dicono.

Questi pochi scatti, fatti più per illustrarvi l'argomento trattato che per farmi figa (come una vera food blogger dovrebbe fare), sono un estratto di quello che cerco di mangiare la maggior parte delle volte a pranzo in settimana.
Per lo meno quando me lo concede la mia scarsa organizzazione...

Ho voluto riprendere il concetto espresso nel post a tema precedente, rendendolo però, a mio parere, più estivo e completo dal punto di vista nutrizionale.
Ma il succo è sempre quello: cosa langue nel vostro frigo?

Dato che c'ero però, ho voluto ampliare anche quest'idea: invece che fermarmi al salvataggio improvvisato di ortaggi tristi, vorrei portare la cosa al livello successivo, comprendendo anche il salvataggio di "avanzi", che un po' tutti abbiamo, organizzando la cosa come si deve, preparando scialuppe, salvagenti e braccioli, pronti per ogni evenienza!

Per quanto possa sembrare complicato, non ci vuole davvero poi molto. Certo, non nego che il mio frigo racchiuda mille tesori, soprattutto dopo qualche cena tra amici o se ho da poco fatto un corso o scattato delle foto per un post: sono i rischi del mestiere.

Ma la maggior parte delle cose che vedete sono effettivamente cose che amo mangiare e che preparo regolarmente. Anche voi avrete le vostre, no?

In senso orario: primosale di capra con olio al tricolore, zucchine saltate, riso rosso bollito, avocado con fiori di erba cipollina, tsukemono di daikon al rosso di barbabietola.

Per me è facile avere a disposizione, per esempio, del kimchi di cetriolo, perchè lo adoro e lo preparo spesso.
Ma voi potreste odiare i cetrioli, o non averli in casa, o magari la vostra religione è contro l'uso di cetrioli se non per fini ludici...chi sono io per giudicare! L'importante è che non vi areniate nella preparazione: potete tranquillamente sostituirlo con la verdura che preferite -che quindi avrete quasi sicuramente a vostra disposizione- e saltarla velocemente in padella, o magari con un'insalata, o delle verdure arrostite avanzate dalla cena della sera prima.

"Siate padroni del vostro piattino!"
(...il girone dei cretini mi attende, lo so. Lo so.)

Ma prepariamo l'inventario, punto per punto:

*Il riso -tranquillamente sostituibile con altri cereali a chicco come il farro o l'orzo, dei noodles, cous cous o pane integrale-: lo cuocio in abbondanza ad inizio settimana, o quando ho più tempo, e poi lo utilizzo riscaldandolo velocemente di volta in volta, ma si può consumare anche freddo. Se anche voi amate i risi integrali è una cosa che vi consiglio vivamente, vi farà risparmiare un sacco di tempo nei giorni successivi.
Una tazza di riso per 2-3 di acqua, cuocete fino al completo assorbimento del liquido e siete a cavallo.

*Gli tsukemono: non obbligatori, ovviamente, ma io li ho sempre in frigo, e di diverse tipologie, tanto che mi diverte abbinarli ai colori e alle consistenze dei piatti. Inoltre trovo che con il riso siano la morte loro e sembrano quasi sempre tirare insieme l'intero piatto. Provateli, anche solo per il gusto di avere un vasetto di liquido fucsia in frigorifero.


In senso orario: Zucchine e cipolle saltate, riso rosso bollito, mozzarella di bufala "stracciata" con olio al tricolore, avocado con tabasco, tsukemono di cipolla di Tropea.

*L'avocado: sostituibile con cremine di vario genere, dall'hummus allo yogurt, regala all'insieme una cremosità decadente che personalmente trovo irresistibile, per questo ne ho sempre un paio in casa, pronti per qualsiasi evenienza.
Li condisco con tanto lime -o limone- e sale, inondandoli di tabasco o sriracha.
Ricchi di grassi buoni, come le noci e l'olio e.v.o., sono veri e propri toccasana per la pelle ed il sistema nervoso. E ha anche altre antamila qualità con le quali non vi ammorbo, anche perchè fondamentalmente io me lo pappo perchè è delizioso.

*Le proteine: di solito recupero gli avanzi della cena, o nel caso del salmone i ritagli di altre lavorazioni, o qualche formaggio fresco  ma, perchè no, anche del tofu saltato in padella, legumi, un uovo sodo o in camicia, qualche gamberetto -il mio tenero pescivendolo me ne regala quasi sempre una manciata, che pulisco e congelo in sacchettini, pronti per questi momenti- sbollentato e condito con poca soia, miele, aglio fresco e zenzero, (condimento che va benissimo anche per il tofu...).
E chi più ne ha più ne metta!

*Verdure: di solito, a meno che non abbia delle verdure grigliate, dei pomodorini confit o il suddetto kimchi -non lanciatemi improperi- o simili già a disposizione, preferisco farle al momento. Un po' perchè le preferisco fresche, un po' perchè, se tutto il resto è già pronto, mi prende giusto quei 5 minuti che mi servono per staccare un attimo il cervello da quel che sto facendo e mi mette in modalità "pausa pranzo".
E poi, lo ammetto: se non mi rilassasse almeno un po' spadellare due zucchine per mettermi a tavola, che foodblogger sarei?


In senso orario: petto di pollo freddo con yogurt ed erba cipollina, melanzane al forno, soba noodles con cipollotto e salsa satay, avocado con sriracha e tzukemono di cetriolini baby.

Che altro dire? Il resto è facile: allestitevi il vostro piattino, o la vostra schiscetta per l'ufficio, rendetelo instagram friendly -signore perdonami-, taggatemi forte forte e mangiate.

Buonappe!

-Si, non sono così cattiva, vi ho messo un paio di ricettine: alcune le ho linkate qua e là perchè sono già sul blog.
Poi non dite che non vi voglio bene!-

*Olio al tricolore: in un piccolo vasetto, mescolate la parte verde di un cipollotto tritata, mezzo peperoncino tritato e la scorza grattugiata di mezzo limone. Aggiungete il succo di mezzo limone, una presa di sale e pepe e mescolate velocemente. Aggiungete olio sufficiente a coprire gli ingriedienti e agitate il vasetto per creare un'emulsione.
Usate su formaggi freschi o pesce al vapore.
Si conserva 3-4 giorni al massimo, in frigorifero. 

*Salsa satay -a modo mio-: Mettete nel bicchiere del frullatore ad immersione (o in un piccolo mixer) due cucchiai abbondanti di burro di arachidi, una manciata di anacardi tostati, uno spicchio d'aglio, uno o due cucchiai di salsa di soia, un cucchiaino di zucchero scuro (a vostro gusto) e coprite gli ingredienti con mezzo mestolo di acqua o brodo bollente. Lasciate riposare qualche minuto poi frullare fino ad ottenere una consistenza cremosa, tipo yogurt compatto. Aggiungete il succo di mezzo lime e assaggiate: bilanciate sapido, dolce e agro.
Se vi piace aggiungete -senza frullare- del coriandolo e del peperoncino tritato.
Ottima per accompagnare pollo lesso o alla piastra, spaziale con le melenzane al forno o come condimento per un'insalata di noodles di soia fredda, o anche solo come crema di accompagnamento a delle verdure crude.
Senza aggiunta di coriandolo e peperoncino (che potrete aggiungere di volta in volta) si conserva anche una settimana in frigo, in un barattolo ben chiuso.


venerdì 5 maggio 2017

Tsukemono Hashi Yasume//il riposo delle bacchette

Barbabietole, carote, daikon, ravanelli....

Vi siete accorti che, nonostante la primavera, io continuo a stare sottoterra?
Sdraiata qui sotto contemplo i culetti a punta di queste verdure che mi scrutano dall'alto in basso come dita accusatrici.

Ho il sospetto che mi credano un lombrico inoperoso.
Peccato che io non lo sia e che invece stia cercando di spaccare la terra per poter germogliare e aprire le mie foglie al sole, proprio come loro.

Ma lo capisco e lascio perdere.
Forse perché so cosa vuol dire cercare la luce senza trovarla.

E mentre mi accoccolo tra sassi e radici, mi sovviene che, MAGARI, dovrei raccontarvi qualcosa di più interessante delle mie elucubrazioni mentali sulla presunta superiorità morale delle rape.

Anche perché questo post è in gestazione dall'estate scorsa e finalmente vorrei parlarvi degli tsukemono, termine giapponese che racchiude una gamma quasi infinita di preparazioni diverse tra loro, che vanno dalle semplice salatura di verdure servite fresche, fino alla fermentazione di vegetali anche per lunghi periodi (ricordatevelo, perché tra questi c'è il loro famosissimo e fetente parente coreano: il kimchi di cui vi avevo già parlato, e che presto ci imbarcheremo a preparare...), ma che in comune hanno la nobile funzione di accompagnare il pasto, esaltandolo.


Nella cucina orientale non si può davvero parlare di “piatto principale”, dato che nella gerarchia gastronomica di queste culture il fulcro di ogni pasto è il riso: quando si parla di “contorni”, mentre noi pensiamo a tutte quelle preparazioni che accompagnano una proteina o comunque un piatto “forte”, nella cucina orientale per “contorno” si intende un accompagnamento al riso. 
Bollito, bianco. 

Anche la carne e il pesce sono considerati semplici “spalle” del riso, vero indiscusso re del pasto. Basti pensare -come avevo già detto altrove- che gohan in giapponese significa “ciotola di riso” e che comprende il concetto stesso di “pasto”.

-Cosa che trovo molto vicino al nostro modo di usare la parola “pane”, con tutte le valenze simboliche che ha per la nostra cultura.-

Non a caso si riteneva che si potesse campare con una ciotola di riso e del sale.
Qualcosa che sazia e qualcosa che da sapore e piacere.

E con questa parola non voglio fare la volpina maliziosa: piacere è anche sedersi in silenzio a guardare il mare inalando iodio fino in fondo ai polmoni, poter ascoltare la voce e guardare negli occhi qualcuno a cui tieni e che non vedi da tanto tempo, poter ammirare dal vivo un'opera d'arte che avevi visto soltanto sui libri e che per te significa tanto, mangiare una fetta di pane caldo con il primo olio della stagione...e tante altre piccole e grandi cose. 

Chissà perché invece tendiamo sempre a demonizzare il piacere considerandolo quasi sempre un vizio, come qualcosa in cui non si deve indulgere e di cui si può -o addirittura si dovrebbe- fare a meno. 

Ma ci dimentichiamo di come nutra, letteralmente, il nostro spirito, appagando quella parte di noi che non si può soddisfare con qualcosa di meramente materiale.
Possiamo anche avere la pancia piena, ma se il nostro spirito è affamato, non saremo mai sazi.

-E mai germoglieremo.-


O almeno è così che la interpreto io questa visione orientale del nutrimento essenziale, che si prende cura dello spirito e non solo del corpo...anche se questa cosa del sale avrà radici storiche, socio-economiche e culturali che senza dubbio mi sfuggono e quindi potevo evitare di arrotarmi -e arrotarvi- il cervello sulla questione.

Abbiate pazienza, lasciatemi essere romantica finché mi riesce.

Ma di che diavolo starò mai parlando, vi starete senz'altro chiedendo -ammesso che siate sopravvissuti fin qui alla lettura dei miei sproloqui-.

Questa pazza fanatica che vi parla per un'ora di riso bollito e sale e vi fa vedere verdure di dubbia provenienza che galleggiano in strani liquidi colorati e non. 
Quale sarà mai lo scopo di tutto ciò?
Ma soprattutto, perché cavolo dovreste mettervi a fare una roba del genere?

Vi faccio una semplice domanda, occidentaloni sushi-dipendenti dei miei umeboshi: vi piace lo zenzero agrodolce che ordinate al ristorante giapponese?

Ecco.

Ecco perché dovreste cimentarvi: perché queste strane verdurine sono esattamente la stessa cosa. E perché, usando questa tecnica, potrete provare a replicarlo a casa vostra -usando dello zenzero bio freschissimo e poco fibroso-, da servire con il vostro sushino a kilometro zero tra amici e potervi così bullare senza alcun ritegno.

Innanzi tutto bisogna specificare che la preparazione di cui vi sto parlando si chiama hashi yasume, che tradotto dal giapponese sarebbe, in pratica, “il riposo delle bacchette”, noi potremmo dire “che pulisce la bocca” o “rinfresca il palato”: questo tipo di tsukemono prevede quasi sempre l'utilizzo dello zucchero e dell'aceto -ma anche succo di limone e miele-, creando, in modo molto semplice ed immediato, un sapore agrodolce.


Non avete mai notato -certo che lo avete notato- che il riso del sushi ha un leggero sapore agrodolce?
Questo sapore sta benissimo con il riso ed esalta il pesce e, a sentito dire, consumare una componente lavorata con l'aceto -o ancor meglio lattofermentata- durante il pasto, favorirebbe la digestione.
I giapponesi ne sanno una più del diavolo.

Inoltre, se non vi fosse ancora venuto in mente, il dolce-agro di queste verdurine, va a contrastare in modo perfetto, quasi come i colori complementari di una tavolozza, il salato della soia e l'avvolgenza al palato dato dal grasso, della carne -che a giapponesi &co, piace grassa- o del pesce -vedi salmone- o comunque del condimento della preparazione da accompagnare al riso, il quale non mancherà di traghettare tutto sulla sua soffice, confortante neutralità, attraverso il vostro estasiato gargarozzo.

Alla fine sempre lì andiamo a parare: procuratevi un contrasto sensoriale e avrete trovato il piacere.
Vorrei che la facilità con cui si possono abbinare sapori, profumi e consistenze in un piatto si potesse trasmettere alle cose della vita: il giusto equilibrio sarebbe a portata di mano.

Ma torniamo in Cucina e rimbocchiamoci le maniche, che Celeste mi guarda male da dietro il bancone, brandendo minacciosamente un daikon di dimensioni equine.
-E quando inizio ad avere visioni di me stessa in terza persona la situazione è parecchio grave-

Vi darò delle proporzioni, invece che delle quantità, perché ritengo che sia più onesto darvi delle linee guida da seguire per poter dare sfogo alla vostra creatività -e necessità del momento- piuttosto che una limitante ricetta. 

L'unico consiglio è di abbondare con le quantità di soluzione zucchero/aceto: una volta pronta si conserva praticamente in eterno e l'avrete già pronta per i vostri prossimi tsukemono.

Come primo esperimento provate carote e daikon e tenetelo pronto: prossimamente voglio raccontavi come preparo il mio Ban Mi

  • una parte di aceto bianco distillato
  • una parte di zucchero bianco superfino
  • sale q.b.
  • verdure fresche croccanti
Per essere precisi, andrebbe fatto uno sciroppo con pari quantità di zucchero e acqua, da utilizzare in pari quantità all'aceto. Se l'idea vi piace di più, per praticità potreste anche utilizzare uno sciroppo già pronto che trovate in bottiglia al super.

Alla fine però, dopo diversi esperimenti, trovo che utilizzando direttamente lo zucchero e l'aceto (spesso riduco un po' il volume dello zucchero rispetto all'aceto, ma di uno o due cucchiai al massimo) si crei una soluzione più “forte” e  satura, che permette di prolungare più a lungo la conservazione del prodotto finito.

Decidete cosa preferite fare ma tenete conto che, dove c'è più acqua, c'è più rischio di contaminazioni, formazione di muffe, ecc. quindi se optate per la versione con sciroppo, non protraete la conservazione di questi preparati per più di 2-3 settimane (in frigorifero!).

Ma veniamo finalmente al dunque!

Per questi ravanelli -un paio di bei mazzetti freschi, che dovrebbero essere i veri protagonisti della puntata- ho pensato di adottare due approcci differenti: i più piccini li ho “schiacciati” leggermente premendoli contro il piano di lavoro con la parte piatta di un mestolo in modo da spaccarli senza distruggerli, un po' come si fa per le olive (se qualcuna delle vostre mamme/nonne le fa ancora in casa, saprete senz'altro di cosa sto parlando) .

Quelli più grandi invece li ho tagliati a rondelle sottili, operazione che (se avete la mandolina) porterete a termine in 30 secondi netti.

Dopodiché li ho divisi in due ciotoline e li ho salati abbondantemente (circa 1½-2 cucchiaini per ciotola). Non preoccupatevi: la maggior parte di questo sale andrà eliminato con l'acqua di vegetazione prodotta delle verdure.

Massaggiateli con il sale, in modo da farlo penetrare bene, poi lasciateli riposare per 15/20 minuti.


-Questa operazione va fatta per qualsiasi tipo di verdura decidiate di utilizzare. Se scegliete verdure diverse e con colori differenti, utilizzate altrettante ciotoline per la fase di salatura, anche se alla fine dovranno finire nello stesso barattolo. Questo discorso cambia per verdure che tendono a cedere colore come la barbabietola e i ravanelli, perché andranno comunque a tingere qualsiasi altra verdura con cui entreranno in contatto. Cosa che in realtà si può utilizzare a nostro vantaggio, divertendoci anche un po'. Ma questo lo vediamo tra poco.-
Nel frattempo portate ad ebollizione l'aceto e lo zucchero, finché quest'ultimo non sarà completamente sciolto. Non lasciatelo bollire a lungo: una volta a bollore abbassate la fiamma e procedete con il resto della preparazione.

Con le mani pulite, o meglio ancora con dei guanti, strizzate le verdure per eliminare l'acqua in eccesso. Disponetele in vasetti puliti e sterilizzati e, con attenzione, versatevi sopra la soluzione agrodolce bollente fino a coprirle completamente.

Se le avete -vi consiglio comunque di comprale perché non costano nulla, sono riutilizzabili e vi aiutano parecchio- utilizzate quelle piccole grigliette di plastica che si trovano anche nei sottolio, per tenere sotto la superficie del liquido le pietanze da conservare.

Chiudete bene e lasciate raffreddare completamente, prima di conservare in frigo fino al momento dell'utilizzo.

In realtà si può anche scegliere di preparare la soluzione agrodolce, farla raffreddare e versarla a freddo sulle verdure, lasciandole ancora più croccanti, ma ovviamente anche questa scelta può influire sui tempi di conservazione.

Questo è quanto: servite le vostre verdurine agrodolci in piccole ciotoline o piattini, guarnendole, se vi piace, con semi di sesamo nero -più che altro per contrasto cromatico-  e gustatele tra un boccone e l'altro del vostro pasto all'orientale.

Quelli fluorescenti e orrendamente sfocati nel piattino a foglia sono dei ravanelli schiacciati. Il vero aspetto del mio pranzo all'orientale: decisamente meno glamour e con tanto di tovaglia zozza e sbrodolature...-sorry-
* Se vi piace l'idea di realizzare uno tsukemono color magenta, tagliate del daikon a listarelle -ma chi vi impedisce di tagliarlo a fiorellini, foglioline, cuoricini, rombi...-, trattatelo come vi ho spiegato, e al momento di metterlo nei vasetti fateci scivolare dentro anche un paio di fettine di barbabietola pulita e pelata. Versatevi la soluzione agrodolce e lasciatelo riposare una notte. Il giorno dopo eliminate la barbabietola, che avrà assolto la sua funzione di colorante, e vi ritroverete con un riposa-bacchette rosa shocking.

* Per lo tsukemono di Kombu -che se la utilizzate durante la cottura del riso o in qualche brodo, vi capiterà senz'altro di averla in giro e di non sapere cosa farvene- tagliate a striscioline sottili l'alga già reidratata e mettetela in un vasetto. Preparate la marinatura con una parte di soia, una di zucchero di canna scuro e una di aceto -meglio se di riso o di mele in questo caso- portando tutto a bollore in un pentolino. Una volta sciolto lo zucchero versate nel vasetto con le alghe a striscioline, chiudete il vasetto e conservare in frigorifero, esattamente come per gli altri tsukemono.
Servitene qualche strisciolina sulle vostre ciotole di riso caldo, con qualche goccia di marinatura e una presa di sesamo tostato.

Ma non fatevi arginare: date libero sfogo alla vostra fantasia.

Il bello della cucina giapponese, e trovo che sia un punto in comune con la nostra, è l'utilizzo di prodotti freschissimi e stagionali: quindi se adocchiate qualcosa di particolarmente interessante al mercato, buttatevi. 

I giapponesi approverebbero.
Le rape probabilmente no.

mercoledì 8 marzo 2017

Panna cotta alla barbabietola//se Proserpina fosse un dolce

Vi ricordate il mito di Proserpina?
Figlia di Cerere, dea agreste della natura e del raccolto, venne rapita da Ade, che se n'era innamorato, per farne la sua sposa e regnare negli Inferi con lui.

Non stento ad immaginarmi un Plutone cupo e fiammeggiante perdere la testa per una nivea, bionda -c'è da scommetterci- e zampillante di vita Proserpina.

Un raggio di sole in mezzo alla nera fuliggine dell'inferno.
Un germoglio fiorito tra le fredde scorie della morte.

Si, mi sento poetica in questo periodo.
Sarà la primavera imminente, o forse sarà un principio di schizofrenia, chi può dirlo.

Quello che so è che ci piacciono i contrasti.
Siamo attratti da quello che potrebbe completarci, qualcosa che ci sembra diametralmente opposto a noi, ma che proprio per questo in realtà ci somiglia.

Ma come al solito io divago e se questo fosse un blog di mitologia greco/romana -come la lotta- o di filosofia potrei anche aver trovato una vena proficua, ma se non ricordo male io mi occupo di cucina.
O per lo meno di provare a raccontarvi quello che faccio in cucina.

Quindi veniamo alla ricetta, per la quale, confesso, non ho preso ispirazione dal mito di Proserpina: è stato l'aspetto finale del dolce ad avermi portato riflessioni tanto platoniche.

L'ispirazione iniziale per la ricetta arriva in realtà da una vista su una rivista di cucina (Pannacotta alla barbabietola con spuma di limone- pag. 23 di Sale&Pepe di Marzo).
Ebbene sì, non sono sempre così originale.
Anche se a mia discolpa posso dire che era da un po' che volevo cimentarmi utilizzando la barbabietola in un dolce.
E una panna cotta, ricetta semplicissima imparata da bambina, mi sembrava perfetta.
Non ve l'avevo ancora proposta.
Chissà perché.
Ma rimedio subito.



Ingredienti per 4 persone:
*PER LA PANNA COTTA*:
  • 170gr di yogurt greco intero
  • 200ml di panna fresca
  • 1/2 barbabietola media (fresca, non già cotta!)
  • 45gr di zucchero semolato
  • 5 gr di gelatina in fogli
  • estratto di vaniglia (o 1/2 bacca di vaniglia, o un paio di cucchiaini di vaniglia in polvere. NON LA VANILLINA.PLZ.)
*PER LA GRANELLA*
  • una tazzina da caffè di riso nero (Venere: è qui la digressione potrebbe continuare ma...)
  • 2-3 cucchiai di zucchero di canna scuro (o malto di riso)
  • un cucchiaino scarso di olio di cocco
  • 30gr circa di cioccolato fondente tritato finemente
*PER LO SCIROPPO ALLA BARBABIETOLA*
  • 60gr di zucchero semolato
  • il succo di ½ limone
  • 1/2 barbabietola media (fresca, non già cotta!) pelata e tagliata a dadini
  • estratto di vaniglia (o 1/2 bacca di vaniglia, o un paio di cucchiaini di vaniglia in polvere. NON LA VANILLINA.PLZ.)
*PER LE GHIRLANDE DI CIOCCOLATO* (facoltativo)
  • 70gr di cioccolato fondente
In un pentolino scaldate la panna con l'estratto di vaniglia e lo zucchero.
Mettete a bagno la gelatina in fogli in poca acqua fredda.
Nel frattempo pelate e grattugiate la barbabietola (mettetevi i guanti...) ed estraetene il succo strizzandone la polpa ottenuta tra le mani.

In una ciotola (meglio ancora una bella brocca di pirex capiente) lavorate lo yogurt con una frusta.
Quando la panna avrà quasi raggiunto il bollore, spegnete ed aggiungete la gelatina in fogli ammollata e strizzata. Mescolate fino a farla dissolvere.

Versatela lentamente sullo yogurt, continuando a mescolare.
Aggiungete il succo della barbabietola (ma non è obbligatorio, anche perché in questa preparazione funge quasi esclusivamente da colorante) ed incorporate tutto alla perfezione.
Per scrupolo ho preferito filtrare il composto ottenuto, in questo modo mi sono assicurata che non ci fossero pezzetti di gelatina non sciolta o grumetti di yogurt, ma non è fondamentale.

Trasferite in 4 stampini di alluminio bagnati (La leggenda narra che dovrebbe aiutare quando le si sforma. Ma non ci contate troppo. Però fatelo lo stesso.) e trasferite in frigo per almeno 6 ore.

Eh già, vi conviene farlo al mattino per la sera. O ancora meglio il giorno prima.
Sorry.

Nel frattempo occupatevi della granella di riso venere.

-E qui una piccola parentesi (...ormai mi conoscete): questa ricetta è stata un po' sperimentale. Voleva essere un esercizio di stile per l'abbinamento di sapori e per l'impiattamento, sui quali avevo fantasticato non poco. Ma in realtà si è un po' trasformato in un esperimento in evoluzione, e mi sono accorta che avrei dovuto aggiustare il tiro in corsa quando sarebbe stato il momento di spiegarvi tutte le fasi di lavorazione.


In particolare con il riso che dopo la cottura in acqua e la tostatura in forno, è finito per risultare un po' troppo “al dente”.
Quindi le cose sono due: avrei dovuto cuocerlo di più in acqua all'inizio, o meno successivamente in forno, rischiando però di ritrovarmi con una granella croccante, che croccante non è?

Ragionandoci ho optato per suggerirvi la prima: in questo modo il riso avrà la possibilità di ammorbidirsi bene con la cottura in acqua e di diventare croccante ma non troppo duro durante la tostatura in forno.

Proseguiamo.
-

Cuocete il riso in 3 tazzine di acqua (usando la stessa tazzina che avete utilizzato per misurare il riso) con un pizzico di sale.
Cuocete con il coperchio finché il riso non avrà assorbito tutta l'acqua.

Una volta cotto lasciatelo raffreddare. Nel frattempo preriscaldate il forno a 170°.
Una volta freddo, mescolate il riso con lo zucchero di canna e l'olio di cocco.
Distribuite uniformemente su una teglia foderata con carta forno e tostate per una ventina di minuti circa, o finché non vi sembrerà croccante.

Lasciatelo raffreddare completamente prima di decidere cosa farne: potreste frullarne una parte per realizzare la granella e tenerne da parte qualche “agglomerato” come decorazione.
Io ho preferito frullarlo tutto, ma a voi la scelta.
Unite alla granella realizzata il cioccolato tritato e mettetela da parte.

Nel frattempo preparate lo sciroppo alla barbabietola.
In un pentolino scaldate lo zucchero con il succo di limone, la vaniglia e un cucchiaio d'acqua.
Fate caramellare fino renderlo dorato e aggiungete la barbabietola a dadini.
Fate cuocere una decina di minuti o finché la radice non avrà rilasciato i suoi succhi, creando uno sciroppo e i dadini non sembreranno canditi. Se necessario aggiungete poca acqua per allungarlo anche se dovrà comunque risultare piuttosto denso.


-Altra digressione: non protraete troppo il tempo di cottura dello sciroppo, soprattutto se volete mantenerne brillante il colore. Non fraintendetemi, il gusto è ottimo, ma avrei preferito che la tonalità finale fosse meno amaranto e più magenta...
(Cosa che avrei potuto ovviare aggiungendo dell'altro succo di barbabietola a fine cottura. Ma mi è venuto in mente solo ora.)

Che fatica essere una cuoca che ha fatto studi artistici affetta da pignoleria cronica ereditaria
...-

E avremmo anche finito. Se volete sapere come ho realizzato la ghirlanda di cioccolato vi rimando al mio video di Instagram: fate prima a vederlo che io a spiegarvelo a parole.

Impiattate sformando la panna cotta (per agevolare l'estrazione, lasciate gli stampini a bagno in acqua calda per qualche secondo) sui piatti scelti, circondate da un lato con la granella, appoggiate sull'altro la ghirlanda di cioccolato, se la usate, e terminate con lo sciroppo e qualche dadino di barbabietola.

Se vi piace l'idea, decorate con qualche fiorellino edibile e suggerite ai vostri amici più scettici che si tratta di un dolce per celebrare questo particolare periodo dell'anno, quando la primavera inizia lentamente a farsi spazio nel grigiore dell'inverno.
Se proprio non sono convinti, ditegli che questo dolce si chiama “il ritorno di Proserpina”, o se siete particolarmente romantici “il commiato di Proserpina”.

Chiudo lasciandovi con la prova d'assaggio di questo dolce, che nonostante qualche piccolo difetto facilmente rimediabile, mi ha lasciata particolarmente soddisfatta e incarna perfettamente lo spirito che si respira in questi giorni che precedono l'esplosione della stagione primaverile.


L'aroma terroso -in senso positivo- della barbabietola si sposa molto bene con la leggera acidità della panna cotta allo yogurt, la cui consistenza è esaltata dalla granella di riso, che trovo valga tutta la ricetta e che merita di essere utilizzata anche in altre preparazioni: il sapore ricorda vagamente la nocciola, ma con l'avvolgenza al palato dell'amido. Curioso, insolito ed intrigante.

Se poi non avete mai provato il connubio cioccolato-barbabietola, fatelo: il cioccolato è un buontempone e va d'accordo un po' con tutti; con quel suo gusto amaro quasi sapido, riesce a fare da contrasto in modo perfetto, mettendo in risalto tantissimi sapori in modo eccelso, proprio come un fondo nero esalta i colori accesi e rende vibrante la luce.
-Pensate ai quadri di Caravaggio.-

Nel caso della barbabietola però trovo che più che un'esaltazione per contrasto ci sia un'armonia di tonalità basse e cupe, come un gorgheggio baritonale: l'amaro del cioccolato tiene testa all'aroma particolare della barbabietola, creando una ricchezza gustativa che non può che farmi pensare alle gemme nascoste nel sottosuolo, di cui Ade è signore e padrone.

In ogni caso, come già detto, ci piacciono i contrasti, nella vita e in amore, così come in cucina.
E questo dolce ne è un esempio perfetto.

Se decidete di prepararlo, non dimenticatevi di pensare alla bella Proserpina, che in questi giorni si prepara a tornare tra le braccia della Madre, che per la felicità farà sbocciare tutti i fiori e germogliare i campi.
Ma anche ad Ade, che passerà solo i prossimi mesi, lontano dall'amata, seduto sul suo nero scranno in attesa del momento in cui potrà riabbracciarla, gli ultimi giorni di settembre.

-Sarà per questo che l'autunno è la mia stagione preferita?-



venerdì 30 dicembre 2016

Gravad lax-salmone marinato all'aneto//il sapore delle feste

Quest'anno mi è volato.
Letteralmente.

Mi sembra ieri che preparavo il menù di capodanno dell'anno scorso.
Ed è strano, perché, per quanto questa frase suoni trita, non sono più la stessa persona di un anno fa.

Il tempo sembra volare, è vero, ma ci plasma in modi irreversibili.

Fortunatamente però, ci sono delle cose che non passano, ci sono dei capisaldi dentro ognuno di noi che ci mantengono quello che siamo.
Un sentimento, un'idea, un valore, un ricordo.

Ed è di un ricordo, a cui è legato questo piatto, che vi voglio parlare, anche se più che un ricordo, si tratta di tanti ricordi delle feste trascorse in famiglia.

Mia mamma ha iniziato a preparare il salmone in questo modo quando io ero ancora piccola, credo andassi ancora alle elementari.
E all'epoca non mi piaceva. Per niente.
Lo detestavo, mangiavo solo quello affumicato, per il quale avevo una predilezione particolare, tanto da creare situazioni da aneddoto al ristorante...


Con il tempo, crescendo, ho cambiato gusti, come spesso capita, e anche se mangio ancora molto volentieri il salmone affumicato, marinato in questo modo mi fa impazzire.
Quando sento il profumo dell'aneto penso subito a questo piatto.
E mi viene l'acquolina.
La consistenza quasi cerosa che acquista la carne del salmone dopo la marinatura, il sapore salato e marino, esaltato da quello fresco dell'aneto...ah.
Dovete provarlo.

Per me è il sapore delle feste.

Quindi veniamo a noi, che l'orologio non aspetta certo me:
  • un trancio di salmone pulito (squamato, e privato di tutte le lische) possibilmente con la pelle, di circa 500/600gr *
  • 3 cucchiai abbondanti di sale (non fino: pestate del sale grosso in un mortaio per ridurlo di dimensione)
  • 3 cucchiai di zucchero semolato
  • un cucchiaino di pepe in grani, pestati leggermente nel mortaio
  • un cucchiaio di aneto secco (facoltativo)
  • 4 confezioni di aneto fresco (ma se lo trovate bello verde/azzurro al mercato comprate quello! E' 100 volte meglio!) 
  • un paio di cucchiai (circa 30ml) di Vodka (facolativa)


(*se non ve la sentite di rischiare, le prime volte che lo fate, partite con un trancio più piccolo, magari sui 200gr. Se vi fate dare la coda, spesso il pescivendolo vi fa lo sconto -se poi gli raccontate come lo dovete preparare, vi conquisterete un alleato- perché è molto magra e in cottura tende a risultare asciutta e molti non la gradiscono, mentre per questo tipo di preparazione è perfetta. La mia raccomandazione è di investire in un buon prodotto, dato che il sapore finale è determinato al 90% dalla qualità del salmone.

Inoltre, se riuscite a farvi lasciare la pelle, questa vi aiuterà: durante la marinatura come protezione della carne, rendendo il processo meno aggressivo, e poi durante il taglio, mantenendo il filetto compatto.)

Prima di iniziare a raccontarvi la preparazione, che è veramente semplice, mi sento in dovere di spendere due parole -sapete già che saranno 85 cartelle...- sul trattamento
da riservare al salmone per questa preparazione.

Se vi piace il sushi e quindi siete già un po' informati, saprete che per consumare dei pesci come il salmone e il tonno -in particolare, ma oramai questo procedimento è necessario per la maggior parte dei prodotti ittici- senza cuocerlo, è tassativo un passaggio in abbattitore, o nel nostro caso, in freezer.

Il mio fidato frigorifero è dotato di un freezer che all'occorrenza fa i -24° e a questa temperatura, 24 ore dovrebbero essere sufficienti a scongiurare brutte sorprese.



Ma mi rendo conto che la maggioranza di chi mi legge -hello! <3- possa non avere il mio mostruoso gelido aiutante e, se devo dirla tutta, vi rassicuro dicendo che di solito lavoro anch'io con il -18°: compro il salmone quando lo trovo bello e conveniente, lo pulisco, lo avvolgo nella carta forno e nell'alluminio e lo congelo in un sacchetto per alimenti, lasciandolo in freezer anche una settimana o più -per essere fiscali: “il prodotto deve essere preventivamente congelato per almeno 96 ore a -18° in congelatore domestico contrassegnato con 3 o più stelle. Decreto Min. Salute 17 luglio 2013”-

Che di solito corrisponde al tempo necessario a trovare dell'aneto decente.
E per quel momento è tutto a posto.

Ma questo passaggio non si salta, nemmeno se il vostro pescivendolo vi rassicura ciucciandosi cozze crude alle 9 di mattino.
Ci siamo capiti?
Non fatemi preoccupare.

Detto ciò, è tutto in discesa.


Una volta scongelato -in frigo- il vostro salmone, mescolate il sale, lo zucchero, l'aneto secco (se utilizzato) e il pepe.
Disponete metà dell'aneto fresco sul fondo di una pirofila o un contenitore abbastanza capiente -evitate plastica e metallo-, coprite con metà della miscela di sale e appoggiatevi il salmone con la pelle rivolta verso l'alto.
Coprite con il restante aneto e la miscela di sale avanzata.

Irrorate con la vodka, se la usate, coprite con una paio di strati di pellicola e appoggiate -in sicurezza, magari usando come base un piccolo tagliere o un vassoietto di cartone usa e getta- un peso (io uso un mortaio di marmo, ma potete usare dei barattoli, o un contenitore ermetico pieno d'acqua)  sopra il salmone, in modo da aiutare il processo di estrazione dei liquidi.

Lasciate in frigorifero per almeno 12 ore, poi giratelo dalla parte della pelle e lasciate marinare altre 12 ore, a questo punto senza il peso, che non sarà più necessario.


A me piace lasciarlo marinare altre 12 ore dal lato della carne -36 ore circa in totale-, trovo che raggiunga la consistenza e la salatura ideale per il mio palato, ma mia mamma da qualche tempo lo lascia in marinatura solo 24 ore e il risultato è molto più delicato, a cominciare dalla consistenza della polpa che risulta più umida e soffice, e anche così è stupendo.

In ogni caso non lasciatelo marinare più di 48 ore, soprattutto se il vostro pezzetto di salmone è molto sottile: diventerebbe troppo salato e stoppaccioso.
 
Una vota terminata la marinatura, sciacquate il filetto sotto l'acqua corrente fredda per eliminare il liquido della salamoia e i pezzetti di pepe in eccesso.

Asciugatelo perfettamente con della carta casa e tagliatelo a fettine sottili -cercando di mantenere un angolo di 45° rispetto al piano...non odiatemi- utilizzando un coltello liscio e molto affilato.
Tenete la parte della pelle aderente al piano di lavoro e la polpa si staccherà facilmente dalla pelle mentre tagliate.



Servite su crostini imburrati, o crackers ai semi con poca panna acida -la morte sua- o, se lo servite per un brunch, come sontuosa farcitura per dei bagel.
Inutile dire che vorranno tutti la ricetta...

Spero tanto che chi mi legge ora mi leggerà ancora, è una delle poche cose che mi auguro per il nuovo anno.
Se poi nei miei post, dal primo a quest'ultimo, traspare un po' di quello che ero e di quello che continuo a voler diventare...beh, spero facciate un po' il tifo per me, perché io lo faccio per voi...se non altro quando siete ai fornelli.

Che dire a questo punto quindi se non: BUON ANNO!
Ci si vede nel 2017

martedì 6 dicembre 2016

Biscotti per tutti//la democrazia della semplicità


Quando cerco di spiegare a delle persone da poco conosciute come sto provando a fare di questa passione un lavoro -gesticolando più del necessario e sforzandomi di darmi una patina di professionalità- molti si entusiasmano e cominciano a farmi mille domande su ingredienti o ricette che non gli sono venute o gli piacerebbe provare.

Ma appena inizio a snocciolare termini e competenze, impegnandomi nel cercare di capire e risolvere il problema del mal capitato, spesso vengo trafitta da sguardi smarriti, confusi o, spesso, che nascondono una delle tante verità dei rapporti interpersonali: “Ma io veramente avevo chiesto per gentilezza. I ravioli cinesi li ordino al cinese. Questa me sta a raccontà la costruzione della muraglia...”

Per fare un esempio a caso.

Solo poche anime pie, gemelle per elezione, mi ascoltano provando la stessa curiosa attenzione che ci metto io mentre leggo, guardo, sperimento nella mia cucina, o ascolto a mia volta.

Alcune delle chiacchierate più belle che mi sono fatta erano con persone appassionate di cibo come me.


La colpa è mia, lo so.
Ma che ci posso fare se sono innamorata?

Ok, il mio voto di fare post più brevi sta già andando a farsi benedire, come molti altri voti fatti in precedenza nella mia ormai non più tanto breve vita.
Ma seguitemi, tutte queste chiacchiere hanno un senso.

Volevo proporvi una ricetta semplicissima e duttile.
Una di quelle che non potete dirmi “che sbatti” perché è veramente facile e in più potete trasformarla come più vi aggrada.
*Bonus: potete tenere questo tronchetto della felicità in freezer e usarlo di volta in volta, quando ne avete bisogno.

No, non è un progetto DIY per casalinghe annoiate e insoddisfatte.
Per quello ci sono strade meno ghiacciate.

Parlo di una delle tante Gioie della Frolla.

Questi sono i biscotti più semplici che mi vengono in mente e come tutte le cose semplici...buoni da morire.


E dato che una delle cose che mi da più gioia in assoluto è sapere che qualcuno ha provato una delle mie ricette, che gli è venuta bene e che gli è piaciuta...vorrei poter allargare il più possibile il raggio di probabilità che qualcuno di voi ci provi e abbia successo.

E va bene anche se non me lo dite.
Resterà un segreto tra voi e il tronchetto.

Veniamo alla ricetta:
  • 200gr di farina 00
  • 100gr di zucchero (in questa ricetta ho usato quello di canna grezzo, ma va benissimo quello normale)
  • 100gr di burro freddo
  • 1 uovo
  • una presa di sale
  • aroma a piacere (io ho usato della scorza d'arancia: ma limone, vaniglia -perfavorenonlavanillina-, cannella...avete capito!)
-facoltativi-
  • una manciata di noci pecan tritate (o altra frutta secca. Dai, lo sapete)
  • circa 30gr di cioccolato fondente a scaglie (...o al latte o...e via così)

Per dimostrarvi che questi biscotti sono una cavolata da tirare insieme IN OGNI CONDIZIONE li ho preparati in montagna: in questa adorabile casettina c'è tutto...ma di certo non i miei attrezzi da fighetta o il forno elettrico con la regolazione di temperatura millimetrica.



Ciotola, cucchiaio di legno e un forno a gas ormai in età adolescenziale.
La cosa più tecnologica che ho usato è stata una bilancia, che per i dolci è un passaggio inderogabile.

Mettete la farina e il burro freddo a tocchetti in una ciotola.
Aggiungete il sale, la scorza d'arancia (o altro) e, con le mani fredde -lo dico, perché le mie sono praticamente sempre a 45° e per questa operazione non va bene- lavorate il burro nella farina, facendo il gesto universale per indicare i soldi.

In alternativa usate una forchetta.
Ma non sarà altrettanto remunerativo...
Ba-dum-tish.

Per vostra informazione, se mai vi venisse voglia di usarlo in un discorso tra amici -me lo immagino- il termine esatto per questa operazione è sabbiatura.

Ma vedo già le vostre pupille cercare rifugio dentro al cranio, quindi proseguiamo.

Una volta “dissolto” sommariamente il burro nella farina, aggiungete lo zucchero e gli altri ingredienti solidi -cioccolato e noci- mescolate con un cucchiaio per distribuire tutto uniformemente e poi aggiungete l'uovo, precedentemente sbattuto.



Aiutandovi con il cucchiaio di legno mescolate fino ad ottenere un impasto slegato.

Trasferite sul piano di lavoro e impastate brevemente con le mani, con un movimento raccolto, senza gli slanci di quando fate la pasta all'uovo o il pane.
-fate la pasta all'uovo o il pane?-

Date all'impasto una forma cilindrica, rotolandolo sul piano di lavoro e avvolgetelo nella pellicola trasparente a mo' di caramella -tipo Rossana-.
E avreste anche finito.

Ma se volete provare a dargli una forma più regolare potreste avvolgerlo in uno di quei tubi della carta casa, aperto per la lunga e fissato con degli elastici.
Mantiene di più la forma quando lo congelate, ma...non illudetevi di avere dei biscotti alla Giotto dopo la cottura.

Buttate in freezer per almeno 6 ore, ma io vi consiglio di farlo la sera, andare a nanna e di riparlarne il giorno dopo.

Quando siete pronti tagliate delle fette -togliendo cartoncino e pellicola...ve lo dovevo dire?- spesse almeno mezzo centimetro, anche se più spesse sono meglio è, e rimettete in freezer ciò che non usate, per future incursioni.



Disponeteli su una teglia foderata con carta forno, distanziandoli bene, e cuocete in forno caldo a 180° per 10-12 minuti, o finché sono belli dorati.

Lasciateli raffreddare in modo da farli diventare croccanti, e...voilà, ecco i biscotti più semplici che potevo proporvi.

Come sempre vi devo dare il consiglio in più, è più forte di me: se volete potete aggiungere un ½ cucchiaino di lievito per dolci all'impasto, se gradite che i vostri biscotti risultino meno “densi” e più friabili.

Ma io personalmente li adoro così.
Semplici e assolutamente deliziosi.

Andate a farvi una tazza di the, o ancora meglio, un bel bicchiere di latte.
Se poi vi scappa un piccolo moto di gratitudine mentre ne addentate uno...prego, non c'è di che.

martedì 29 novembre 2016

Pesto di cavolo nero//veloce, veloce, lento.

Dovrei fare post più brevi, mi dicono.
In effetti in questo modo potrei accorciare notevolmente anche i tempi di editaggio e saremmo tutti più contenti.

Ci proverò.
A cominciare da questo.

Per quanto mi riguarda questo pesto è un must per i primi freddi.
Sulla pasta o su delle bruschette, o in qualsiasi altra combinazione la vostra fantasia vi suggerisca, non vi deluderà, parola di boy scout.


Per condire un paio di etti di pasta, o una decina di bruschette:
  • 30gr di nocciole tostate (o noci pecan)
  • 20-25 gr di pecorino stagionato
  • 1 spicchietto d'aglio
  • 60gr circa di cavolo nero sfogliato (foglie esterne)
  • 25gr circa di cimette di cavolo nero (foglie interne)
  • una manciata di uvetta dorata (facoltativo)
  • olio e.v.o. q.b.
  • altre nocciole o noci e altro pecorino per guarnire (facoltativo)
Mettete una pentola d'acqua sul fuoco -e se volete prepararvi una pasta siete già a metà dell'opera.-

Nel bicchiere del frullatore -ad immersione o normale- mettete le nocciole, l'aglio e il pecorino a tocchetti.


Quando l'acqua inizierà a bollire, versatene un paio di mestolini -o quel che basta per coprirli- sugli ingredienti: in questo modo ammorbidirete la frutta secca e il pecorino, rendendo il pesto più cremoso e nel contempo smorzerete un po' il mordente dell'aglio crudo.

Nel frattempo sbollentate le foglie di cavolo nero pulite e private della costa centrale, vi basteranno 5 minuti.
Scolatele con un mestolo forato e aggiungetele nel bicchiere del frullatore con gli altri ingredienti.

Frullate fino ad ottenere una consistenza uniforme e se fosse necessario aggiungete un altro po' di acqua bollente.
A questo punto, con il frullatore in funzione, versate l'olio a filo: il composto dovrà quasi montare, cambiando consistenza e colore, diventando più setoso ed omogeneo oltre che leggermente più chiaro.



*Se siete a dieta pre-abbuffate-natalizie, potete sostituire l'olio con del formaggio caprino, o della ricotta, e altra acqua calda: ma non vi illudete, non sarà la stessa cosa!*
A questo punto potete decidere di che morte morire e cuocervi la pasta o tostarvi del pane.
Se optate per la pasta, aggiungete le cimette più tenere -tagliate a metà se necessario- nell'acqua di cottura circa 5 minuti prima di scolare.
Poi saltate tutto in padella con il pesto, altra acqua di cottura e, se usata, l'uvetta rinvenuta in acqua calda.
Personalmente ve la consiglio -anche se mi sono dimenticata di metterla nella pasta che ho fotografato...ermh- : apporta un delizioso contrasto dolce al sapore ricco e robusto del pesto.

Ma se siete tra quelli che detestano l'uvetta...chi sono io per giudicare!


Hei, il post è finito, contenti?
Adesso trovatevi qualcos'altro da fare. :P